14.07.70: oggi come allora a Reghion dello Stretto è tempo dell’orgoglio e della dignità

“Smettila di fare la vittima e reagisci!”. Chissà quante volte abbiamo sentito rivolgerci questa frase quando, magari, ci lamentiamo di qualcosa, quando ci compiangiamo per un avvenimento avverso, quando ci piangiamo addosso per una disgrazia oppure quando non riusciamo a raggiungere uno scopo ed inveiamo contro questo o quello.
A Reghion dello Stretto, in questo momento, i miei concittadini non sanno fare altro che rammaricarsi per l’esclusione della Reggina imputando a Saladini, a Gravina, a Balata (e chi più ne ha più ne metta…) tutte le colpe. E invece no! La colpa è nostra, unicamente nostra perché dopo le bocciature al Consiglio Federale, Collegio di Garanzia e Tar del Lazio, speriamo ancora nel Consiglio di Stato come se questa estrema ratio possa essere una possibile via d’uscita.
Ma come? Ci vogliamo rendere conto che Saladini da una parte ed il mondo del calcio dall’altro stanno remando in modo vergognoso contro la Reggina e che quindi non vi sarà giustizia neppure in quella sede?
Leggendo nella sua interezza il dispositivo dove la Corte ha motivato il perché dell’esclusione della società amaranto, ho colto un aspetto che rappresenta l’assoluta bramosia di affossare Saladini e di premiare, invece, Di Nunno.
È vero, il patron della Reggina avrebbe dovuto pagare i famosi 760mila euro “entro” il 20 giugno, in nome della reiterata autonomia dell’ente sportivo (benché faccia parte della Pubblica Amministrazione e nonostante i lauti stipendi di Gravina e compagnia bella siano “sborsati” dai cittadini attraverso il gettito fiscale) e non certamente “entro” la data del 12 luglio come espressamente imposto dal Tribunale Fallimentare.
Quindi Saladini ha sbagliato e la Reggina paga anche qui in nome dell’autonomia e della perentorietà. Già la perentorietà intesa come il non ammettere dilazioni ovvero come improcrastinabilità, improrogabilità e indifferibilità, tutte “cose” che, invece, sono state accordate al Lecco. Al patron lecchese, si badi bene, è stata data la possibilità di “scegliere” un campo di calcio indicando nel Rigamonti uno stadio non “propriamente” idoneo, il Brianteo che Galliani non concederebbe neppure al nipote e, per ultimo, quello di Padova negato dalle autorità prefettizia. Tra una rava ed una fava, il buon Di Nunno (di un’arroganza unica) ha ottenuto l’Euganeo indicandolo con due giorni di ritardo rispetto al 20 giugno. “Bocciato” al Consiglio Federale in prima istanza, è stato successivamente “promosso” all’Appello, “bocciato” al Coni e viene “esplicitamente” promosso dal Tar. Mi pare ci sia poco da capire: doveva andare così per buona pace dei perugini, del Perugia e di Santopadre.
Andiamo avanti con la Reggina che si vede “bocciata e massacrata” in tutti i vari “processi”: una volta per la perentorietà, una volta perché potrebbe fallire nel corso del campionato, una volta perché non ha soldi, una volta per le inadempienze (quali?) e, dulcis in fundu, perché Saladini avrebbe dovuto pagare entro il 20 giugno ma anche se avesse pagato entro quella data non sarebbe stata ammessa lo stesso. Perché? E avete la sfrontatezza di chiederlo? La risposta è una ed una soltanto: Cellino e Gravina hanno deciso così. In più l’Associazione Italiana Calciatori il giorno prima dell’uscita in “pompa magna” delle motivazioni, ha intimato lo svincolo dei calciatori a seguito della messa in mora della Reggina 1914; per cui andare al Consiglio di Stato e stravincere sarebbe più che inutile, quasi pleonastico perché non c’è più una società (sgretolatasi sotto i colpi di Saladini che si è comportato come un vero e proprio avventuriero e sotto i duri colpi di un sistema incancrenito, ricattato e prono), perché non c’è più la squadra, perché non c’è più un team tecnico, perché non c’è più un tutt’uno, perché non è più rimasto più niente e nessuno al Sant’Agata.
Eppure Reghion non deve assolutamente lasciarsi scappare la Serie B per tanti e ovvi motivi. È tempo che i reggini facciano i reggini!
Adesso è giunto infatti il momento di farsi sentire, adesso è arrivato il tempo del risorgimento vero, adesso bisogna passare ai fatti tralasciando i piagnistei. Questo potrebbe significa ripartire dalla D ma con dignità e coraggio. Dimenticando i fasti di un tempo ma immergendosi nei campi fangosi della D ed uscirne più forti di ieri. E soprattutto più maturi. Con la consapevolezza che dalle ferite di oggi trarremo nuova linfa e nuova forza per le battaglie che ci attenderanno da domani in avanti,
E protestare con forte veemenza. Possibilmente senza violenze, senza beceri comportamenti, senza disordini e senza eccessi. Sono passati 53 anni da quel 14 luglio 1970: adesso è ritornato il tempo dell’orgoglio cittadino coscienti che la ferita – se vogliamo – è ancora aperta. Boia chi molla, allora come oggi!







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