All’incirca a metà di Viale Calabria, la lunga e moderna arteria che corre diritta attraversando Sbarre da nord a sud, dalla fiumara Calopinace fino a Via Padova, si incrocia Via delle Vittorie, così chiamata da Italo Falcomatà nel periodo della Reggina in Serie A: effettivamente è una strada che consente di raggiungere, poi, Via Giuseppe Cantafio, la rotatoria di Viale Europa e prendere, poi, verso gli svincoli autostradali. Fino ai primi anni Ottanta sorgeva qui un campo di calcio, conosciuto con il nome di ‘u campu i Mantuva, ossia il campo di Via Mantova, dal nome di una traversa di Via Loreto che conduceva al campo…

Via delle Vittorie

… ‘u campu i Mantuva …

Sorgeva in una delle tante aree fabbricabili che negli anni ’70, a Sbarre, si nascondevano fra le nascenti case popolari I.A.C.P. e le cooperative edilizie. Via Mantova è la seconda traversa di Via Loreto, la lunga strada che taglia trasversalmente il rione di Sbarre da monte a mare. Per cui il campo era chiamato, nel linguaggio corrente dialettale, ‘U campu ‘i Mantuva, ma niente a che vedere, ovviamente, con la città lombarda. Per raggiungerlo bisognava arrivare a Via Loreto, all’incrocio con Via Sbarre Centrali, di qua la casa a piano terra dove sorgeva la macelleria suina di Crucitti, da tutti conosciuta come “Armira”, dal nome della titolare, la signora Armida, di là il Poli – Market, il supermercato dei Polimeni che, poco più avanti, gestivano anche il Bar Sempione.

Percorrendo Via Loreto, già la prima traversa a sinistra conduceva al campo. Volendo, c’era una scorciatoia: una stradina che, qualche centinaio di metri prima della macelleria suina di Armira, portava dritto al campo. Ma bisognava fare i conti con un logorroico anziano che abitava lì e che accampava diritti di servitù su questo viottolo, per cui quasi sempre, per evitare interminabili discussioni, preferivamo fare il giro lungo.

Il campo era disposto nel senso est – ovest: la porta lato est stava dalla parte di Via Sbarre Centrali; il lato lungo orientato a sud confinava con un giardino dove i proprietari tenevano il maiale, e nel periodo di Carnevale si sentiva il disperato grugnito dell’animale nell’atto della macellazione. Il lato lungo rivolto a nord confinava con alcune cooperative, sotto i cui balconi ci cambiavamo o ci riparavamo se pioveva: oggi scorre Via delle Vittorie. Sul lato ovest, dove c’era l’altra porta, il campo confinava con una piantagione di mais, e quando la palla finiva in mezzo alle piante di granturco era veramente difficile ritrovarla!

Il campo aveva dimensioni regolamentari, per cui si poteva giocare tranquillamente in undici contro undici; vi si allenavano regolarmente due squadre giovanili del rione, il Club Loreto del caro, indimenticabile ‘ndon Vincenzo Perpiglia e la Polisportiva Sbarre del signor Scutellà.

Club Loreto NAGC
Polisportiva Sbarre NAGC

Ma comunque, quando, negli anni ’70, a Sbarre si organizzava una partita di calcio fra amici, si andava a giocare a Via Mantova, con un sistema consolidato: bastava andare a centrocampo con il pallone un po’ di tempo prima dell’appuntamento fissato, per considerare il campo occupato.

Se questo capitava di domenica, nessun problema perché le due squadre erano impegnate a disputare le partite del campionato Giovanissimi; ma se avveniva durante la settimana, quando erano programmati gli allenamenti, andava sempre a finire che si discuteva, si litigava, e ci voleva tutta la pazienza, la diplomazia e le capacità di mediazione di ‘ndon Vincenzo, il quale, sorridendo, – “fino alle tre e mezza giocate voi e i miei ragazzi fanno la preparazione atletica, poi quando dobbiamo fare la partitella, voi nel frattempo finite! “ – riusciva sempre a risolvere la questione.

Club Loreto 3° categoria al campo di Condera

Un giorno accadde un fatto buffo: rinvio del portiere, Mimmo Errigo girato di spalle non vede arrivare il pallone che lo colpisce violentemente sulla caviglia destra facendolo cadere a terra come fosse un birillo.

‘I randi avevano organizzato in quel periodo il Torneo Calcistico Itria, che si disputò sul campo di Via Mantova per due edizioni. La prima edizione era stata vinta da una squadra dove giocava, fra gli altri, Mimmo Catalano, un forte centravanti. Michele Mancuso aveva la fissazione delle scarpe pulite: un giorno era venuto a giocare con le scarpette nuove nuove, ma gli dava fastidio sporcarle, così che ogni volta che gli passavano la palla saltava per non toccarla!

Nella seconda edizione avevo organizzato una squadra tutta per me: ero riuscito a coinvolgere perfino Mario Contestabile, che era un fior di giocatore, ma che, per quelle strane vicende della vita, non è mai emerso alla ribalta del successo, com’è capitato, invece, a Totò Tripepi, un altro ragazzo di Sbarre che ha giocato a lungo nel Messina ed era un mediano eccezionale. Mario, recentemente scomparso, era una persona dallo spirito giovane, veramente simpatico, un intrattenitore per natura, coinvolgente, ma soprattutto buono e generoso. Ed ogni volta che c’era da giocare a pallone non si tirava mai indietro. E quando quell’anno ho organizzato la squadra e sono andato a chiedergli di giocare per me, lui mi disse subito di sì, e quando, subito dopo, ho avuto il coraggio e l’incoscienza di dirgli che stavamo facendo un autofinanziamento per la quota d’iscrizione, non esitò a darmi una banconota da 500 lire, sempre col sorriso sulle labbra.

Mario Contestabile

Di Mario ho un ricordo esilarante: il torneo si svolgeva in un clima di sana competizione e rivalità. Certo, ci si prendeva in giro, ma era un’atmosfera serena, goliardica, e poi la sera tutti al bar Lia a ridere e scherzare. Nel corso di una partita del torneo, dunque, l’arbitro, che era Carmelo Regolo, anche lui mancato qualche anno fa, aveva fischiato un fallo contro Mario, il quale, spontaneamente ma senza alcuna volontà di offendere – ci mancherebbe! – rivolgendosi al direttore di gara gli domandò:

  • “Ma che c. dici, ma quale fallo, ma v. f. c.,

L’arbitro si rivolse a Mario dicendogli: 

  • Stia zitto o la caccio fuori!  

Suscitando la prima reazione stupita di Mario che gli disse:

  • “Ma chi cacci fuori! E poi, scusa, perché mi dai del Lei?

E l’arbitro continuava a dire:

  • Stia zitto o la caccio fuori!  

Al che Mario, scocciato da questo incomprensibile atteggiamento, gli disse: 

  • E se tu mi cacci fuori io ti prendo a calci nel sedere!

L’arbitro, a quel punto, gli segnalò con il braccio l’espulsione (allora non si usavano i cartellini gialli o rossi) gridandogli: 

  • Fuori!

E fu così che Mario lo prese veramente a calci nel sedere e gli fece fare il giro completo del campo di Via Mantova.

Il migliore calciatore che abbia giocato nel campo di Via Mantova in quel periodo è, senza dubbio, Pino Tortora.

Ho conosciuto Pino Tortora, mio coetaneo, al campo di Via Mantova in quegli indimenticabili anni ’70. Nell’estate del 1976 io avevo cominciato ad allenarmi con il Club Loreto ed ero subito entrato in prima squadra, disputando il campionato Giovanissimi – Nucleo Addestramento Giovani Calciatori – 1976/77 (con risultati alquanto modesti, in verità, e comunque non proporzionali alla passione ed alla voglia che ci mettevo). I miei compagni di squadra erano, fra gli altri, Sebastiano Macheda, Claudio Taibi, Nando De Stefano, Mario Marrapodi, Pino Nicolò, Gerlando Palumbo.

In questo campo di periferia, quando c’era Pino Tortora era uno spettacolo vederlo giocare. Le squadre si tiravano a sorte: si gettava al tocco e chi vinceva cominciava a scegliere e, naturalmente, tutti sceglievano per prima Tortora, perché averlo in squadra significava vittoria sicura al 99%. In verità, in quel periodo io ho avuto la possibilità di giocare con ragazzi della mia età davvero bravi che avrebbero raggiunto sicuramente il calcio professionistico com’è accaduto per Tortora. E mi riferisco, in particolare, a Paolo Mauro. Era un’ala destra difficilissima da marcare, passettini brevi, velocità, dribbling naturale, esplosività nel tiro, era davvero un’ira di Dio in attacco. Giocava nella Polisportiva Sbarre, che in quel periodo era davvero una squadra fortissima: di questa squadra, assieme a Paolo Mauro ricordo, fra gli altri, Sebastiano Lopez, libero di grande eleganza e senso della posizione, dotato di tecnica raffinata, e Antonino Alampi, arcigno difensore un po’ ruvido ma efficace, garanzia sicura per il reparto difensivo.

Quanti ricordi… Oggi il campo di Via Mantova non c’è più. Al suo posto, una strada che collega Via Sbarre Centrali con Viale Calabria, e che costeggia quegli edifici sotto i cui balconi ci cambiavamo o ci riparavamo se pioveva. Dall’altro lato della strada, un immenso, spaventoso edificio che ospita una nota pizzeria ha preso il posto della fascia laterale adiacente al giardino dove veniva allevato il maiale. Si fa fatica a riconoscere i luoghi, tanta acqua è passata sotto i ponti… Ma mi basta, talvolta, quando di fretta attraverso con l’automobile Viale Calabria, arrivato all’altezza del supermercato con quella fila di palme davanti, chiudere gli occhi per rivedere, al posto di quella orrenda struttura in cemento armato, quella piantagione di granturco dove talvolta il pallone si perdeva, e dove noi ci perdevamo a cercarlo, per poter riprendere, felici: – “’U truvammu ‘u palluni! “ a giocare nel campo di via Mantova, ignari delle lacrime che il futuro ci avrebbe riservato.

Una risposta a “‘U campu i Mantuva. Amarcord sotto l’ombrellone”

  1. Una bellissima storia, i ricordi del passato suscitano gioia e ravvivano la memoria. Grazie

    Salvatore Marrari…sbarrotu da 83 anni, ma prima c’erano i miei avi.

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