Mentre a Bari la tifoseria organizzata fa tremare i palazzi del potere calcistico romano, a Reggio Calabria si respira un silenzio strano, quasi spettrale. La notizia di un possibile passaggio della Reggina dalle mani di Nino Ballarino — che quattro anni fa ha evitato la scomparsa del calcio amaranto dopo l’ennesimo fallimento, ma che oggi ci vede costretti ad affrontare il quarto anno consecutivo in Serie D — a quelle di Claudio Lotito non ha sollevato barricate. Tutt’altro. C’è un’attesa muta, forse figlia della rassegnazione, forse della disperazione sportiva.

Eppure, a pochi chilometri di distanza, i nostri gemellati baresi ci stanno mostrando l’altra faccia della medaglia.

La lezione di Bari: “No alla multiproprietà”

Nelle scorse ore, la contestazione della Curva Nord del Bari è sbarcata direttamente a Roma. Blitz nella notte, striscioni di 15 metri davanti alla sede della FIGC e all’hotel Rome Cavalieri (teatro delle elezioni federali), volantini ovunque. Il messaggio è uno solo, chiaro e tondo: “Bari contro la multiproprietà”.

I tifosi pugliesi, reduci dalla dolorosa retrocessione in Serie C dopo i playout contro il Südtirol, hanno individuato nella doppia proprietà della famiglia De Laurentiis (Napoli e Bari) il vero tappo per le loro ambizioni. Per loro, essere la “succursale” di qualcun altro non è più tollerabile, specialmente ora che lo spettro dei regolamenti federali impone la fine tassativa di queste situazioni entro la stagione 2028-2029 (come ribadito dallo stesso Giancarlo Abete).

Il silenzio di Reggio: disperazione o realismo?

A Reggio, invece, l’ipotesi Lotito viene accolta senza i forconi. Perché? La risposta sta probabilmente nei quattro anni di purgatorio dilettantistico. La tifoseria amaranto è stremata, svuotata da anni di promesse mancate, fallimenti societari e una Serie D che comincia a stare troppo stretta per una piazza con la nostra storia. In questo contesto di “disperazione sportiva”, l’arrivo di un subentrante con il peso politico ed economico di Claudio Lotito viene visto da molti come il male minore, se non addirittura come l’unico salvagente possibile per ritornare rapidamente nel calcio che conta, a prescindere dalle regole sulle multiproprietà.

Il fattore Lazio: Lotito potrebbe davvero vendere i biancocelesti?

C’è però un retroscena economico e strategico che non va sottovalutato e che potrebbe ribaltare completamente la prospettiva. Da qualche anno, la gestione finanziaria della Lazio sta evidenziando non pochi problemi e tensioni. Tra contestazioni della tifoseria romana, l’esigenza di far quadrare bilanci sempre più complessi nel calcio moderno e i paletti sempre più stringenti della FIGC, non è utopistico pensare che Lotito stia valutando una strategia d’uscita dal club biancoceleste.

Se lo scenario fosse questo, la Reggina non sarebbe un “giocattolo secondario” o una succursale a scadenza (da liquidare entro il 2028), ma potrebbe diventare il nuovo hub principale degli investimenti calcistici dell’imprenditore romano, una volta monetizzata la cessione della Lazio a qualche fondo internazionale.

Una scommessa pericolosa

Il bivio davanti al quale si trova il popolo amaranto è cruciale. Accettare Lotito in silenzio significa fare un patto con il diavolo del calcio moderno: un potenziale ritorno immediato tra i professionisti, ma con il rischio di rimanere impigliati nelle maglie di un sistema, quello delle multiproprietà, che il calcio italiano ha già deciso di bandire.

Bari urla il suo no con orgoglio, rivendicando la propria identità. Reggio aspetta, logorata dalla fame di grande calcio. Il tempo dirà se il silenzio dei tifosi amaranto sarà stato lungimirante o se ci ritroveremo, ancora una volta, a piangere sulle macerie dell’ennesima illusione.

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