Un aneddoto di Giuseppe Serravite

Nel raccontare l’epopea della Reggina tra il 1964 e il 1971, una delle più affascinanti della sua storia, il rischio è sempre lo stesso: semplificare. Fermarsi ai nomi più noti, alle figure che il tempo ha consacrato, dimenticando chi, dietro le quinte, contribuì in modo decisivo a costruire quella Reggina ambiziosa, moderna, rispettata.

Accanto ai meriti indiscussi del grande presidente avv. Oreste Granillo, e alla guida tecnica di Tommaso Maestrelli, c’è una figura che troppo spesso resta ai margini della memoria collettiva: il professor Enzo Dolfin, uno dei primi veri direttori sportivi di alto livello del calcio italiano.

La Reggina che anticipava i tempi

Granillo fu un presidente illuminato, capace di circondarsi di uomini competenti e di fiducia. La sua Reggina non era solo passione e appartenenza, ma anche progetto, visione, programmazione. In questo contesto, Dolfin rappresentò un elemento chiave.

Non un semplice dirigente, ma un autentico talent scout ante litteram, con un’idea di calcio che guardava oltre i confini locali e nazionali. Non a caso, in seguito, il suo percorso lo avrebbe portato a lavorare anche per il Bayern Monaco, uno dei club simbolo del calcio europeo.

L’intuizione del 1968: una Reggina che poteva essere leggenda

Proprio Dolfin, anni dopo, confidò a Giuseppe Serravite quello che lui stesso considerava il vero punto di svolta mancato nella storia della Reggina. Era il termine della stagione 1968-69, una delle più positive in assoluto per gli amaranto in Serie B, chiusa con un quinto posto finale.

Un’annata che avrebbe potuto aprire scenari clamorosi, se non fosse stata condizionata dalla malattia dell’allenatore Armando Segato, evento che finì per frenare un progetto ambiziosissimo.

Dolfin aveva individuato tre obiettivi precisi:

  • Pietti in porta
  • Wilson nel ruolo di libero
  • Giorgio Chinaglia come centravanti

Due di questi, Pino Wilson e Giorgio Chinaglia, di lì a poco, sarebbero diventati Campioni d’Italia e Azzurri del Mondiale 1974. Pietti restò a Napoli, non venne a Reggio, e questo aprì la porta amaranto al grande Bruno Jacoboni. Ma questa è un’altra storia che racconteremo.

Quando la Reggina tornò alla carica, però, era ormai troppo tardi. Su quei giocatori era arrivato prima Umberto Lenzini, il presidente della Lazio che sarebbe entrata nella storia e nella leggenda del calcio italiano.

Le intuizioni riuscite e il valore di Dolfin

Quella mancata occasione fece comprendere solo col tempo quanto fosse stata geniale l’intuizione di Dolfin. Ma non fu certo l’unica. Moltissime altre operazioni andarono invece a segno, contribuendo a costruire una Reggina competitiva e rispettata:

Mupo, Camozzi, Rigotto, Sonetti, Toschi, Pesce (convinto a cambiare sponda dello Stretto), Franco Causio in prestito dalla Juventus. L’elenco potrebbe continuare a lungo.

Dolfin era stimato anche fuori dagli schemi della critica sportiva nazionale. Fu vicino persino a portare a Reggio Calabria Heriberto Herrera, “il Mago”, in un’operazione che sarebbe stata rivoluzionaria, ma che rimase allo stadio progettuale.

La conferma di Granillo

A dare ulteriore peso a questo racconto è un dettaglio prezioso. Nel 1994, durante un pranzo alla “Ruota” di Gallina, lo stesso avv. Oreste Granillo mi confermò, con ulteriori particolari, quella confidenza ricevuta anni prima dal professor Dolfin in Germania, a Monaco di Baviera, alla vigilia della semifinale di Coppa dei Campioni 1990-91 tra Bayern Monaco e Stella Rossa di Belgrado.

Un passaggio che racconta non solo la credibilità di Dolfin, ma anche la lucidità e la memoria storica di Granillo, uomo di calcio vero, capace di riconoscere i meriti dei suoi collaboratori.

Un nome da ricordare, insieme a Granillo

Nato nel 1915 e scomparso nel 2008, Enzo Dolfin resta una figura troppo poco citata mediaticamente. Eppure, senza le sue intuizioni, molte delle pagine più belle della Reggina di Oreste Granillo probabilmente non sarebbero mai state scritte.

Nel centenario della nascita dello storico presidente amaranto, ricordare anche chi lavorò al suo fianco significa completare il racconto. Perché la grandezza di Granillo passa anche dalla sua capacità di scegliere uomini giusti, ascoltarli e fidarsi di loro.

E questa, forse, è una delle sue eredità più preziose.

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