Oreste Granillo raccontato da Mimmo Praticò

Nel centenario della nascita di Oreste Granillo, l’ex presidente e dirigente amaranto Mimmo Praticò ripercorre il valore umano e sportivo dello storico numero uno della Reggina. Dall’eredità raccolta nei momenti più difficili all’intitolazione dello stadio nel 1999, fino a un messaggio attualissimo per la Reggina di oggi.


Chi era Oreste Granillo quando si spegnevano i riflettori del calcio e restava solo l’uomo?

Mimmo Praticò:
“Oreste Granillo, prima ancora che presidente, è stato per me il mio primo presidente della Reggina. Quando lui guidava la società io avevo quindici anni e con quella Reggina ho vissuto formazioni, calciatori, difficoltà. Ma col tempo ho conosciuto l’uomo: una persona perbene, rigorosa, che non ha mai chiesto nulla per sé. Ha fatto il sindaco, è stato presidente del CONI regionale, ma non l’ho mai visto chiedere favori a nessuno, se non per la Reggina”.


Da dirigente e poi presidente della Reggina, in quale momento ha sentito più forte il peso dell’eredità di Granillo?

M.P.:
“Assolutamente quando ho assunto la presidenza. Granillo era un punto di riferimento sportivo per tutta la città e per tutta la provincia. Non solo per la Reggina. Sentivo addosso il peso di quella storia e di quel modo di intendere il calcio, fatto di sacrificio e responsabilità”.


Granillo viene ricordato come un presidente illuminato: in cosa, secondo lei, fu davvero rivoluzionario?

M.P.:
“Con pochissimi mezzi riuscì a portare la Reggina in Serie B. All’epoca si diceva che comprometteva il patrimonio per la Reggina, ma era vero: fece sacrifici enormi. Era rivoluzionario perché metteva tutto se stesso nella società, senza tornaconti personali. E in questo mi sono rivisto quando mi sono trovato ad affrontare un periodo difficilissimo”.


Quanto contava, per Granillo, circondarsi di uomini competenti e di fiducia?

M.P.:
“Contava tantissimo. Granillo aveva una visione completa dello sport. È stato nel Consiglio federale, capo delegazione delle Nazionali. Se non ricordo male era presente anche quando l’Italia vinse l’Europeo deciso dalla famosa monetina. Aveva rispetto e considerazione ovunque, perché era un uomo credibile”.


Nel 1999 lei propose di intitolare lo stadio a Oreste Granillo: fu un atto istituzionale o un gesto personale?

M.P.:
“Entrambe le cose. Io ero assessore allo Sport e firmai io la delibera. Ma fu una scelta sentita, naturale. Quando Oreste venne a mancare, parlando con il grande giornalista Tonio Licordari dissi che quello stadio doveva portare il suo nome. Non ci furono dubbi: lo stadio della città doveva essere lo stadio Oreste Granillo”.


Cosa rappresentava quel momento storico — Serie A, stadio ristrutturato, città in fermento?

M.P.:
“Era un momento straordinario. Quando arrivammo noi alla Reggina non c’erano neanche le scarpe, le magliette erano tutte rattoppate. Pensare di essere arrivati alla Serie A, con uno stadio ristrutturato, era qualcosa di enorme. Intitolare quello stadio a Granillo significava dare un senso profondo a tutto quel percorso”.


Oggi lo stadio porta il suo nome: secondo lei Reggio Calabria custodisce davvero la memoria di Oreste Granillo?

M.P.:
“Secondo me no. Per conoscere davvero Granillo bisognava vivere il trio Granillo–Maestrelli–Dolfin. Sono passati sessant’anni. Granillo non ha avuto il riconoscimento che meritava per tutto quello che ha fatto per la città: impianti sportivi, strutture, sacrifici personali. La memoria c’è, ma è sbiadita”.


Se Granillo potesse osservare il calcio moderno, cosa non accetterebbe mai?

M.P.:
“Non accetterebbe mai l’idea di distruggere le persone quando le cose vanno male. Lui era un uomo vero. Si diceva che avesse fatto palazzi, che si fosse arricchito: non è vero. Aveva una casa vicino alla stazione e una rivendita di giornali. Era un modello umano prima ancora che sportivo”.


Dopo i fallimenti degli ultimi anni, quanto è attuale oggi il modello Granillo?

M.P.:
“È attualissimo. Quel fallimento con milioni di euro andati in fumo lo stiamo pagando ancora oggi. Da una parte c’è la storia bellissima della Serie A, dall’altra una caduta clamorosa. Granillo insegnava che bisogna assumersi responsabilità e non mollare, anche quando la benzina — quella vera e quella metaforica — finisce”.


La Reggina di oggi è tornata a lottare per la promozione: cosa direbbe Granillo alla squadra e alla città?

M.P.:
“Alla città direbbe di restare unita, nel bene e nel male. Di non creare miti quando si vince e di non distruggere le persone quando i risultati non arrivano. Ai calciatori entrerebbe nello spogliatoio: quando le cose andavano male tirava pugni al muro, si arrabbiava, pretendeva. Ma lo faceva perché ci teneva davvero. Sempre e solo per la Reggina”.

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