“È vero: quella della Reggina non è una semplice maglia ma un tatuaggio sul cuore!”

Si vive di ricordi. E guai se non fosse così anche perché è bello farlo. A proposito di “Amarcord”, oggi abbiamo deciso di fare quattro chiacchiere con uno dei più “eleganti” calciatori che i tifosi (magari più attempati) della Reggina abbiano mai visto calcare il prato del “vecchio” Comunale: Livio Manzin. Coriaceo e determinato ma nello stesso tempo raffinato e virtuoso centrocampista degli anni 70 e 80, rappresentava e tuttora rappresenta lo stereotipo di un altro calcio. D’altronde in quel calcio c’erano altre proprietà (basterebbe prendere come esempio i Rozzi e gli Anconetani) nonché altre aspettative, altre mire e tua un’altra passione. Non c’erano i soldi che circolano oggi intorno al “pallone”: c’era piuttosto una voglia matta di emergere e di fare le “cose” per bene. Cresciuto calcisticamente nelle giovanili del Torino è passato nel “calcio dei grandi” approdando all’Albese. E poi…
Raffrontando quel calcio fatto di rinunce e sacrifici, di sudore e maglie sudate, di allenamenti e di grande lavoro, che calciatore era Livio Manzin e che calciatore sarebbe stato oggi?
Ero un giocatore che faceva della tecnica e dell’intelligenza tattica il suo punto di forza. Ho da sempre giocato da “libero”, ruolo per cui mi acquistò la Reggina. Quello era un ruolo delicato dove un 20nne come me doveva comandare una difesa con compagni più anziani sia di età sia di esperienza nei campionati professionistici. Personalmente mi stavo comportando bene senonché dopo 6/7 giornate il mister Facchin mi chiese la disponibilità di giocare a centrocampo per questioni tattiche di reparto. Io accettai di buon grado e cambiai ruolo. Una volta presa confidenza, ho continuato per tutto il mio percorso calcistico in quella posizione. Oggi logicamente sono cambiati i ritmi, si gioca più veloci a discapito della tecnica, si vedono grandi atleti ma coi piedi grandi difficoltà di controllo, lancio, eccetera…Oggi penso che con le mie capacità tecniche potrei fare la mia figura.

A 20 anni arriva la chiamata dalla Reggina. Nel campionato 1976/77 nella Reggina giocava “gente” del calibro di Castellini, Spinelli, Balestro, D’Astoli, Olivotto, Mordocco, Condemi, Spadaro, Snidaro, Belluzzi, Fragrasso per citarne alcuni… Ha qualche aneddoto da raccontarci?
Sono stati due anni bellissimi sia per il mio inserimento nella vita di Reggio, tenete presente che era la prima volta che mi staccavo dalla famiglia, sia a livello calcistico. Quelli sono stati due campionati di vertice con compagni fantastici e forti per la categoria. Più che aneddoto fu un consiglio che mi diede il compianto Matteo Spinelli (🙏🏻❤️) alla prima di coppa Italia a Cosenza. Matteo mi fece capire che al sud era un calcio agonistico esasperato a differenza del calcio tecnico che si giocava al nord. E mi fece capire che il tocco di fino, il poco temperamento e la presunzione di essere bravi non esistevano in quel girone. Lo ascoltai da subito e difatti mi adattai alle dinamiche di quel campionato.

A Reggio Calabria trovò il Presidente Amedeo Matacena e Carlo Facchin sulla panchina amaranto. Che tipo di allenatore era?
Fui acquistato in comproprietà dal Torino dal presidente Granillo che però dopo qualche mese cedette a Matacena, persona carismatica che mi dimostrò stima e affetto da subito e penso di averlo ripagato con l’impegno profuso in quei due anni, tanto è vero che mi cedette al Bari per una cifra importante per allora: si parlava di circa 300 milioni, il doppio dí quello che la Reggina spese per il mio riscatto. Carlo Facchin è stato, assieme a Bruno Giorgi, il miglior allenatore che ho avuto. Facchin mi fece partire titolare da subito nonostante avessi il militare di mezzo. Allora per un calciatore il servizio militare restava un handicap: basti pensare che fino al giovedì ero in compagnia atleti a Roma e la sera di giovedì ripartivo per Reggio dove mi aggregavo coi compagni. Nonostante questi problemi feci un gran campionato: 35 partite su 38, tanto che mi riscattarono a fine campionato. Facchin era un allenatore meticoloso, di carattere, uno vero che non guardava in faccia nessuno ma corretto con tutti: se meritavi giocavi altrimenti dovevi lavorare di più per guadagnare il posto. Lo ricordo con tanto affetto e riconoscenza.

E andiamo ad una domanda “succosa”. Il Capitano di quella squadra era un genio indiscusso e l’emblema della sregolatezza: Elvy Pianca… Ce ne vuole parlare?
Elvi Pianca lo si può racchiudere in una parola soltanto: “Fenomeno”. A vederlo non sembrava neanche un calciatore: non alto, tendente al robusto, totalmente diverso dallo stereotipo del calciatore ma una volta in campo era uno spettacolo vederlo giocare. Aveva dei colpi da serie A, sprecato per la categoria: con due o tre avversari che lo picchiavano o lo provocavano e nonostante fosse marcato stretto, riusciva sempre a liberarsi per concludere o mandare in goal un compagno. Era puro spettacolo giocare al suo fianco. Qualche anno dopo ci trovammo compagni in B nel Lecce con Mimmo Cataldo che stravedeva per lui. Purtroppo caratterialmente era particolare e infatti andò in conflitto con Di Marzio che lo impiegò pochissimo. Giocatore di altra categoria.

L’anno dopo (1977/78) arrivarono Rappa e Labellarte dal Catania con Angelillo allenatore poi esonerato con Sbano che prese il suo posto. Un anonimo terzo posto dopo aver condotto un ottimo campionato. Cosa successe visto che quella Reggina era considerata una corazzata?
Facchin non fu confermato per dissidi sulla campagna acquisti estiva. Al suo posto arrivò Angelillo, gran nome e con un glorioso passato. Labellarte, Rappa, Reggiani, Tortora per fare un semplice esempio, fecero fare un grande salto di qualità alla squadra e infatti partimmo tra i favoriti alla vittoria finale. Malauguratamente non partimmo bene ma giornata dopo giornata recuperammo posizioni importanti in classifica tanto da assestarci tra le prime tre. Ci fu però qualche problema tra allenatore e alcuni giocatori e nello scontro decisivo col Catania perdemmo in casa 0-1. Gli etnei con quella vittoria ci sorpassarono in classifica e arrivarono a giocarsi la seri B nello spareggio con la Nocerina. Noi ci piazzammo un’altra volta terzi, alle spalle dello stesso Catania e Angelillo fu esonerato finendo il campionato con Rosario Sbano, persona speciale e amico di tutti oltre che bravo mister. Peccato: potevamo essere noi a gioire.

Dopo Reggio Calabria si traferì a Bari dove segnò ben 6 gol pur giocando lontano dalla porta. Fu un anno tormentato per voi galletti visto l’esonero di Santececca e Corsini con Catuzzi che, comunque, centrò la salvezza tranquilla. L’anno dopo, sempre in B, il Bari arrivò al nono posto con Renna in panchina. L’anno successivo a Lecce con Gianni Di Marzio che sostituì Mazzia alla conduzione tecnica. Che ricordi ha delle esperienze pugliesi?
Venni ceduto al Bari nonostante mi dispiacesse lasciare Reggio Calabria dopo due anni bellissimi e formativi. Per me però era un passo avanti nella mia carriera perché lasciavo dopo 3 anni ad alto livello la serie C per una categoria importante. Non che la C non lo fosse, ma la soddisfazione di giocare in B fu tanta. Bari era ed è una piazza importante con una tifoseria fantastica, 30.000/40.000 tifosi fissi in casa. Con quel Bari partimmo con ambizioni di alta classifica però dopo una decina di giornate esonerarono Santececca e arrivò Corsini che, dopo qualche risultato positivo, non riuscì a risollevarci anzi si mise contro più di un giocatore. Corsini aveva un carattere scorbutico e di non facile impatto tanto è vero che a sette /otto domeniche in piena zona retrocessione fu esonerato a favore di Catuzzi che ci portò alla salvezza anche se l’ultima partita in casa col Cesena, a fine primo tempo, eravamo virtualmente retrocessi. Fortunatamente il Foggia perse in casa e ci salvammo. Un anno tribolato anche se, personalmente, molto positivo: 29 presenze con 6 goal di cui 5 su rigore. L’anno dopo arrivò Renna reduce dal campionato record con l’Ascoli e partimmo alla grande: alla sosta di Natale eravamo secondi in classifica in piena zona promozione. Sfortunatamente qualche domenica dopo si infortunarono contemporaneamente Libera e Gaudino per cui in attacco vennero fuori grandi problemi che ci fecero tornare indietro fino ad arrivare a metà classifica. L’anno dopo vado a Lecce iniziando con Mazzia che viene esonerato dopo una decina di partite. Al suo posto arriva Di Marzio, carattere completamente opposto, gran nome come allenatore ma persona un po’ particolare. L’impatto con lo spogliatoio non fu dei più felici perché ci furono dei “conflitti” con parecchi giocatori, Pianca in primis. Nonostante questi problemi gioco 29 partite con due goal con Cataldo che mi avrebbe voluto riscattare dal Bari ma, sapendo che sarebbe rimasto Di Marzio, preferii tornare al Bari. Le mie esperienze in Puglia furono tutto sommato positive: due città e due mentalità totalmente diverse, che avevano con in comune la gran passione per il calcio. Per un calciatore è bello far parte di queste società: è il massimo.

Poi Francavilla, Padova e Vicenza in C1. Mantova, Treviso e, per ultima la Pro Vercelli in C2 per poi appendere gli scarpini al muro. Più soddisfazioni o più rammarico?
Dopo 3 anni di serie B mi ritrovai e non per mia colpa, nuovamente a giocare in serie C. A dirla tutta, il problema dipendeva dal fatto che ero pur sempre di proprietà del Bari ed un mio eventuale trasferimento in società importanti come Padova e Lane Rossi Vicenza, avrebbe apportato alle casse della società barese dei bei soldini. Benché a Padova avessi vinto un campionato, le società non si misero d’accordo per il riscatto e il Padova mi perse alle buste. Queste furono delle situazioni che, per un motivo o per l’altro, hanno complicato il mio percorso calcistico. Rammarico? A dir la verità, un certo cruccio c’è perché, a pensarci bene, avrei potuto forse avere qualche soddisfazione in più anche a livello di categoria. Però essendo di natura abbastanza realista, penso che probabilmente è stata colpa del destino. Tutto sommato, però, non posso lamentarmi più di tanto: in ogni caso ho esaudito un sogno che avevo da bambino ossia quello di fare il calciatore professionista e di aver giocato in società storiche con dei compagni fantastici. Alla fin della fiera, ho giocato quasi 400 partite con una ventina di goal realizzati.

L’ultima domanda è d’obbligo: ha più seguito la Reggina e che rapporto ha con la città che l’ha visto protagonista per due anni? Glielo chiedo perché generalmente a Reggio si piange due volte: quando si arriva e quando si parte…
La Reggina l’ho sempre seguita anche perché sono stato il primo ad aver aperto una corsia preferenziale col Torino. Infatti dopo di me sono arrivati, nelle successive annate, Ferri, Battiston, Camolese, Cuttone e altri. Ripeto: i miei due anni a Reggio sono stati formativi, di lancio e di crescita in tutti i sensi. Per questi motivi ringrazierò sempre di cuore tutta la città e i tifosi che purtroppo da qualche anno non stanno avendo le soddisfazioni che meriterebbero. Il mio augurio è quello di vedere nuovamente la Reggina in una categoria degna della sua storia. E poi non dimentichiamoci di un aspetto importante: la maglia della Reggina non è solo indossata ma tatuata sulla pelle. Non è un semplice modo di dire o una frase fatta perché Reggio è una città meravigliosa con tifosi eccezionali per cui auguro di rivedere la “mia” Reggina in alto, molto in alto!






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