C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui a Trapani si parlava di progetto, modello e ambizione. Un tempo in cui il nome di Valerio Antonini veniva sbandierato come esempio virtuoso anche fuori dalla Sicilia occidentale. A Reggio Calabria, ferita da anni di disastri societari, non pochi tifosi guardavano a Trapani con un misto di invidia e speranza, chiedendosi perché da una parte si vinceva e dall’altra si arrancava. Oggi, col senno di poi, la risposta appare fin troppo chiara.

Il “modello Trapani” si sta sgretolando sotto il peso dei fatti. E i fatti raccontano di 15 punti di penalizzazione complessivi inflitti al Trapani Calcio, di una squadra precipitata in piena zona playout, e di una società travolta più dalle carte bollate che dagli avversari. Sette punti appena inflitti dalla FIGC che si aggiungono agli otto precedenti, insieme a inibizioni pesanti per i vertici societari e a una multa che certifica, nero su bianco, una gestione tutt’altro che irreprensibile.

Fa impressione pensare che solo due anni fa, proprio contro la Reggina, il Trapani dominava la Serie D, festeggiando una promozione trionfale e ponendo le basi di una narrazione fatta di superiorità, certezze e – spesso – di un atteggiamento presuntuoso e sopra le righe da parte del patron granata. Dichiarazioni roboanti, lezioni di calcio dispensate a mezzo stampa e social, la convinzione di essere un passo avanti rispetto a tutti. Compresi quelli che, come Reggio, conoscevano già fin troppo bene quanto sia sottile il confine tra entusiasmo e presunzione.

Oggi quella presunzione presenta il conto. E lo fa nel modo più crudele: sul campo e fuori.

Se il calcio granata affonda, il basket vive addirittura una deriva grottesca. La Trapani Shark ha subito 10 punti di penalizzazione in classifica, frutto di quattro distinti provvedimenti della giustizia sportiva, accompagnati da pesanti sanzioni economiche. La rinuncia alla trasferta contro la Virtus Bologna è già costata uno 0-20 a tavolino e un’ammenda da 50.000 euro, mentre la recente partita contro Trento è durata 4 minuti e 11 secondi, trasformando la Serie A in un teatro dell’assurdo. Sette giocatori a referto, tre usciti immediatamente tra gli applausi amari del pubblico, quattro ragazzi delle giovanili lasciati soli sul parquet a commettere falli sistematici fino a scendere sotto il numero minimo per continuare.

Una scena che non umilia solo Trapani, ma l’intero movimento sportivo, e che è figlia di penalizzazioni, blocchi dei tesseramenti e irregolarità amministrative che nulla hanno a che fare con il “modello” tanto decantato. La Federazione è ora costretta a intervenire, segno che il problema ha superato da tempo i confini di una semplice crisi tecnica.

A Reggio Calabria questa storia suona terribilmente familiare. La Reggina ha pagato a caro prezzo errori societari, slogan vuoti e promesse mai mantenute. Ed è forse proprio per questo che l’attuale crollo di Trapani lascia un sapore particolare: non di rivalsa, ma di amara consapevolezza. Perché chi ha vissuto certi fallimenti sa che il problema non è perdere una partita o una stagione, ma costruire castelli mediatici su fondamenta fragilissime.

Antonini era indicato come esempio, come uomo forte, come imprenditore capace di “fare calcio e basket”. Oggi resta una realtà sotto gli occhi di tutti: senza equilibrio, senza rispetto delle regole e senza umiltà, i proclami diventano macerie. E il tempo, nello sport, è sempre galantuomo.

Il Trapani che dava lezioni ora chiede tempo, ricorsi e comprensione. Ma il Sud sportivo dovrebbe aver imparato una lezione: non esistono salvatori, esistono solo società solide o destinate prima o poi a crollare. Reggio lo ha già imparato, forse. Trapani, purtroppo, lo sta imparando nel modo più doloroso.

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